A come Amicizia

A come Amicizia

Mi ha sempre fatto tenerezza, Andrea.

Il suo faccione rotondo, con un perenne sorriso, ricorda un po’ quello di un neonato, o più semplicemente è il figlio che non ho mai avuto.

Scendiamo in ascensore, per un attimo in silenzio, poi mi guarda e mi sorride di nuovo. Ci scappa da ridere a entrambi, mi viene voglia di abbracciarlo, di stringerlo, di baciarlo. Mi contengo, ma inaspettatamente lo fa lui.

“Si, si, si …c’è l’abbiamo fatta” e dentro l’ascensore, mi stringe e salta che quasi mi spavento. Stringe i pugni e spinge indietro i gomiti continuando con un: “Si, si , siii.. sono papà!”.

Le porte dell’ascensore si aprono e per un momento riprende il contegno da impiegato di banca, poi, uscito dal portone, riprende ad esultare come se l’Italia avesse vinto di nuovo la Coppa del Mondo.

Che notte ragazzi! Chi se lo scorda quel 9 luglio del 2006. Era estate. Erano le otto di sera. Eravamo un miliardo e duecentomila persone davanti al televisore, solo in sette in casa di Andrea.

Maxi schermo da 42 pollici, piazzato in soggiorno, come moderno altare mediatico. Noi devoti seguaci, tutti seduti in religiosa attesa. Lo speaker snocciola le formazioni. Gli spalti sono pieni di gente colorata, che urla, ride, mostra cartelli con scritte più o meno ironiche. Il silenzio, durante gli inni nazionali, e poi tamburi che vibrano e strepitii di trombette: inizia la partita.

Le cose si mettono subito male per noi, rigore per la Francia.

Andrea si alza e da un calcio ad una sedia, ma Zidane segna lo stesso. Non riusciamo a finire il rosario di parolacce di rito, che sugli sviluppi di un calcio d’angolo, Materazzi salta una spanna più degli altri e colpisce di testa.”

Goool !!! Gooool!!! Goooool !!!! Gol! Gol! Gol!.

Materazzi, la sua faccia da guerriero Maori e il replay della rete invadono lo schermo: una, due, tre e non so quante volte. Vediamo la palla entrare nella porta da dieci inquadrature diverse. E’ pareggio, e lo sarà per tutta la partita, fino ai rigori.

Io, a quel punto, esco di casa. La tensione nervosa è troppo forte. Per strada il paesaggio è surreale: lampioni illuminano marciapiedi deserti. Le auto sono ferme ai bordi delle strade, come se anche loro aspettassero. Sembrano guardare in alto, e fare l’occhiolino ai palazzi. Le bandiere, azzurre e tricolori, avvolgono i balconi come dei foulard di seta, messi a coprire le bocche degli edifici. Mi fermo ad ascoltarli pare che dicono: “… hai visto come è bella la città senza gli esseri umani”.

Ma è solo un attimo.

Poi dai palazzi si sente come un grosso respiro di: “ Si!…e Vai!”, alternato a “Nooo…” E’ la sequenza dei rigori. Ed io la seguo camminando.

Alla fine un orgasmico, enorme, potente, lunghissimo, orgiastico urlo di liberazione sancisce il fatto che abbiamo vinto: Campioni del Mondo. Campioni del Mondo, di nuovo Campioni del Mondo.

Corro in casa felice. Siamo tutti più felici. Siamo tutti più italiani. Siamo tutti più campioni.

E tutti abbracciano tutti. Anche io ed Andrea ci abbracciamo e quella è stata la prima e unica volta, fino all’esplosione di oggi. D’altronde sono il suo capoufficio .

La nostra amicizia nasce però da lontano.

Da Centocelle, periferia sud-est di Roma, dove entrambi siamo nati; certo con venti anni di differenza.

Ma quello che in questo momento ci accomuna è la lontananza da Roma. Vivere a Milano, quando si è cresciuti a Roma è come essere in ostaggio.

Prigioniero della formalità.

A Roma ci si può “ spaparanzare” sul divano; a Milano …ci si siede.

A Roma “se chiacchiera”; a Milano … si dialoga.

A Roma “se magna”; a Milano… si fanno “veloci spuntini”.

A Roma, si salutano con un bacio sulla guancia; a Milano… si stringono la mano.

E’ forma, cerimonia, pura formalità. Solo una questione di formalità.

Così quando Andrea mi ha raccontato di essere di Roma e per di più di Centocelle, un po’ di formalità si è rotta.

Sono andato a cena da lui e ho conosciuto sua moglie, Manuela, milanese DOC, molto loquace, molto simpatica, anzi molto bella, che da uno come Andrea non te l’aspetti. Lui non è alto, ed è un po’ grassoccio. Diciamo che il suo soprannome romano sintetizza in maniera perfetta. la sua fisionomia. Lo chiamavano infatti “Er Patata”.

il mio invece era “Poppo”, perché da piccolo, quando giocavo a calcio, inciampavo, finivo a terra e cominciavo a piangere come un poppante. (Anche se questa cosa a lui non l’ho mai raccontata)

Adesso a cinquant’anni non si può essere migliore atleticamente, di quando ne hai dodici, però mi sono fatto convincere dalla sua aria bonaria.“Ma che problema c’è?” mi aveva detto cercando di vincere la mia ritrosia all’agonismo. E continuava l’opera di convinzione aggiungendo:“ un po’ di movimento fa bene, magari te sparisce anche la panzetta….e poi non semo mica dei fuoriclasse”.

Contenti loro.

Il mercoledì successivo vestito di tutto punto: pantaloncini, maglietta e scarpini, faccio il mio ingresso il campo. Il mio adipe fa la sua bella figura, mentre mi muovo, con la velocità di un ippopotamo in una palude. Finalmente la palla arriva vicino ai miei piedi. La tocco. La sto per calciare, ed una specie di missile terra-aria, mi sfreccia vicino, e me la porta via.

Arranco, ma con maestria, faccio un taglio nell’area avversaria e chiedo palla. Eccola! A mezz’aria tra il petto e le ginocchia, in qualche modo la “stoppo”. Non penso al dolore, ma mi concentro sul tiro, la porta è a due passi. Colpisco, come un samurai che sta per uccidere l’avversario, ma… il pallone, con uno strano effetto si alza nell’aria, finendo distante anni luce dalla porta.

“Meta” è stato il commento più benevolo, e tralascio di raccontare gli altri.

Forse è il caso di stare in difesa, l’attacco non fa per me, ci vuole troppa agilità.

Adesso li vedo arrivare. L’attaccante ha il pallone incollato ai piedi. Gli vado addosso, deciso a rubarglielo, ma lui finta, scarta e si presenta da solo davanti al portiere. Calcia di piatto, indirizzando all’angolino alto e segna.

“Va be! Ho capito ragazzi, vado in porta che è meglio”.

Da allora, il mercoledì è il nostro giorno senza formalità: partita, doccia e per finire pizza. Quei mercoledì sono stati la mia salvezza, specialmente da quando è morta mia moglie Marisa e mi sono ritrovato solo. Giorno dopo giorno sentivo l’apatia crescere e il lavoro diventare un fardello pesante. Nessuna voglia di alzarsi, di farsi la barba, indossare camicia e cravatta. Il cibo era diventato insipido. La notte un tormento senza fine.

Andrea, il suo sorriso, il suo vociare pacioso, il suo accento romano, le cene con sua moglie ed il calcetto, sono diventate la mia nuova famiglia. Non ho mai trovato il coraggio per dirglielo, ma è grazie a loro, che ora sto bene. Un piccolo segreto.

Eccolo li, adesso, che gesticola solare, descrivendo le doglie, la corsa in ospedale e l’avventura del parto di sua moglie e di come è bella la bambina, batuffolo di carne piagnucolante.

“ Così avete deciso di chiamarla Giulia come Julia Roberts?”domando, mentre la vedo per la prima volta in ospedale.

“No in onore di Roma, come la Gens Julia, la famiglia da cui discendeva Giulio Cesare” mi risponde Manuela, ormai votata alla causa romana.

Andrea la culla orgoglioso, la guarda con amore e mi dice: “ dai prendila in braccio”.

“Ma sei pazzo! No. Lascia stare, non è il caso” gli rispondo imbarazzato.

Lui deciso la prende e la catapulta tra le mie braccia: “ Va ‘n braccio a Nonno, vai”.

Io la guardo, mentre la porto vicino al viso, poi lei con gli occhi socchiusi, fa una smorfia che sembra un sorriso. “Oh, ma come è pelosa ‘sta bambina e che faccione. Sembra tutta er patata”.

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