B come Bar

B come Bar

Bar e borgata sono una coppia inscindibile.

Va specificato che quando parlo di Borgata intendo un quartiere periferico, di una qualsiasi metropoli, questa è la definizione naturale, per chi è nato a Roma

Il Bar per i “borgatari” è un po’ come il tempio per i fedeli.

E’ un luogo dove ritrovarsi, un centro di aggregazione. E’ l’Agorà.

Per noi aveva questa funzione il Bar-latteria, proprio all’angolo con Via delle Acacie, dove tutti i giorni ci radunavamo senza nessun appuntamento.

Quel pomeriggio, Marco e Paolo erano seduti sui gradini del portone adiacente al bar e giocavano con le figurine, nostro passatempo quotidiano. Sul pacchetto, da anni sempre lo stesso, era raffigurato un gesto atletico di estrema bellezza: una rovesciata di Carlo Parola, un famoso calciatore degli anni quaranta. Penso che pochi di noi sapessero chi fosse quel giocatore. Per noi era importante aprire quel pacchetto. Sentire l’odore della colla, la fragranza della carta stampata e vedere apparire le foto dei calciatori. Il massimo della gioia era trovare lo scudetto della propria squadra con lo sfondo metallizzato e brillante.

Il Bar aveva un ingresso e due vetrate. Appena entrati sulla sinistra c’era subito il frigorifero verticale, con esposte le bottiglie del latte, da un litro e da mezzo litro: latte scremato, parzialmente scremato e intero. Più in alto, nascosti da un cassettino, erano stipati i ghiaccioli. Avanzando nel bar, quasi a ridosso della vetrata, c’era il flipper. Le sue luci, lo scampanellio, il rumore delle palline che rotolavano verso la buca, avevano segnato tante delle nostre giornate. Ultimamente però, subito dopo il bancone sulla destra, era comparso un nuovo gioco. Uno di quei computer con quei mostri alieni che lentamente, ma non troppo, scendevano lungo lo schermo, mentre il cannone in basso doveva salvare il mondo da questi invasori extraterrestri, uccidendoli tutti.

Ormai il gioco aveva contagiato il gruppo, che aveva abbandonato il flipper e spendeva le cento lire per difendere la terra dagli space-invaders.

“Er Pagnottella” era il campione del Bar, anche perché obbligava tutti a dargli le cento lire per giocare. Un po’ come faceva con le bici. Lui non l’aveva, ma quando decideva di farsi un giro, fermava chi aveva avuto l’incauta idea di pedalare nelle sue vicinanze. Lo minacciava, prendeva la bici e quando si stufava l’abbandonava da qualche parte. “Pagnottella” era un ragazzone dalla faccia quadrata, i capelli lisci e unti, con i vestiti sempre sporchi che abitava in fondo allo stradone. A scuola andava solo qualche giorno durante l’anno. Era in classe con me e questo era un vantaggio.

Quel giorno passava per via delle Acacie una corsa di biciclette e la strada era completamente chiusa al traffico. Oddio non è che di solito passassero molte auto, ma la regola prevedeva lo stesso il piazzamento delle transenne. Era per tutti noi una piccola novità. Si aspettava il passaggio delle bici giocando a battimuro con le «figu». Pagnottella era all’interno, davanti al bancone. Faceva il filo a Tina la cassiera del Bar, dal naso aquilino e le grandi «tette». Aspettava, come sempre, che qualcuno di noi entrasse, per sfidarlo a space invaders.

Quel pomeriggio entrò Samuele Bianchi detto il piccolo Bartali. Uno straniero con un accento del nord. Una cosa rara dalle nostre parti. Immagino che Samuele si sia sentito tutti gli occhi addosso, quando appoggiando i gomiti sul bancone ingenuamente disse: «Birra, ghe n’è minga?»

Samuele aveva ormai quasi venti anni e girava con la carovana della corsa ciclistica come meccanico del Team Promociclo Molini di S.Vittore. Veniva da Legnano un paese vicino Milano. Space-invaders gli era sempre piaciuto ed aveva un record di 565.000 punti, era arrivato al 8° livello.

La luce verdastra intermittente che proveniva dallo schermo opaco alla sua sinistra, attirò la sua attenzione. L’avvicinarsi e buttare nella fessura le cento lire furono un tutt’uno. Cominciò così la sua danza con il joystick, che teneva stretto in pugno con la mano destra, mentre con l’altra picchiava duro sopra i tasti. Sparava colpi a raffica e distruggeva la flotta nemica. I proiettili, uno stormo ondeggiante di trattini alla ricerca della libertà, si infrangevano sulla nave aliena o sulla cornice dello schermo.

Samuele era vicino al suo record e non aveva fatto caso al capannello di ragazzi che gli si era formato intorno. Aveva 454.780 punti ed ancora due vite a disposizione, quando Pagnottella (qualcuno dice spinto da altri, molti pensano di sua iniziativa) gli finì addosso. Per la botta, a Samuele mancò la concentrazione necessaria. Fu ucciso dai mostri alieni e terminò la partita a 564 985 punti.

Te credevo più forte” fu il commento di Pagnottella, a cui le mani prudevano. Era sicuro di aver trovato un nuovo sfidante.

Samuele era stato un ciclista promettente, da juniores aveva vinto diverse gare. La sua specialità erano le salite, si alzava sui pedali e frullava con una forza antica, staccando gli avversari. La sorte però, intorno ai diciotto anni, frenò la sua corsa. Una caduta e la rottura dei legamenti del ginocchio avevano lasciato Samuele a piedi.

Che ci giochiamo?” l’atto di sfida era stato lanciato.

De che squadra sei ?”

Cioè?”

Pe’ quale squadra tifi, Hai capito che te ‘sto a chiede?

Ah…Inter, perchè?

Se vinci te regalo ‘o scudetto dell’Inter, se perdi ce devi sputa sopra. Ce stai?

Pagnottella aveva solo sedici anni, ma si comportava da piccolo boss, così si sentiva. Nessuno sapeva niente della sua famiglia. Si raccontava che la madre era scappata con un altro e lui viveva da solo con il padre, ma di questa storia lui non parlava e nessuno di noi aveva il coraggio di chiedergli niente.

Per primo iniziò Samuele, con un gesto che Pagnottella proprio non sopportò. Fece scrocchiare le dita, con le mani giunte ed intrecciate, allungandole in avanti. Un po’ come fanno i giocatori d’azzardo e i prestigiatori, prima di servire le carte.

Samuele servi un bel 245.673 punti, alla fine della prima vita.

Poi fu il turno di Pagnottella, mani tozze, faccia quadrata. Il suo viso all’inizio sorridente e spavaldo, con il proseguire della partita iniziò a farsi più teso.

Aveva un modo tutto suo di cercare la concentrazione. Dalle labbra serrate tirava fuori la lingua esattamente all’angolo destro e cominciava a farla roteare umettando di continuo la parte superiore. La lingua non stava mai ferma, ad ogni esplosione di mostri rientrava dentro le labbra e poi, subito dopo, riusciva insieme alla nuova raffica. La mascella intanto si torceva sempre di più, deformando la faccia di Antonio d’Acquisto detto Pagnottella, che finì la prima vita a 195.453 punti.

Nel Bar si era fatto uno strano silenzio, anche il flipper osservava la partita.

Pagnottella non ispirava “simpatia”, ma era considerato uno dei nostri. “L’altro”invece, Samuele Bianchi, in fondo, non era che uno straniero.

Cosi, quando alla fine della seconda vita, Antonio D’acquisto detto il Pagnottella, passò in vantaggio di circa trecento punti, noi tutti, sottolineammo l’ultima esplosione della nave aliena, con un grido di approvazione.

La cosa deve aver preoccupato Samuele, che in quel momento si deve essere come svegliato e ritrovato in un brutto sogno, anzi un incubo.

Una decina di persone lo circondavano. Samuele si era girato un attimo e gli sembrava di aver visto alcuni esseri informi. Una serie di bocche, sdentate o con pochi denti colorati di un giallo nicotina, gli sorridevano, ma con un sorriso macabro. Avevano occhi grandi infossati. I visi erano scarni, scavati. I capelli spettinati. I vestiti sporchi e strappati.

Samuele sapeva che era giunto il momento di alzarsi sui pedali, aumentare il ritmo e staccare tutti. Era arrivata la salita.

Utilizzò “Il trucco di Furrier”. Bisognava eseguire due semplici passaggi: dopo 22 colpi sparati si doveva aspettare la Nave del Mistero, distruggerla e guadagnare così 300 punti. Poi se ne sparavano altri 14 e si riaspettava ancora la Nave del Mistero. E così via per ogni vita.

Ecco, Samuele aveva giocato la sua carta segreta. Noi non conoscevamo quel trucco e restammo di sasso nel vedere la progressione di punti dello “Straniero”. Samuele fini la partita 625.003 punti, superando il suo record.

Pagnottella serrava le labbra, stavolta la lingua non usciva. Gli alieni diventavano sempre più veloci. un’orda verde dai movimenti a scatto veniva giù compatta. Pagnottella Sparava. Muoveva il joystick e sparava. Fino all’esplosione dell’ultima vita: 597.890 punti. Aveva perso. Senza nemmeno voltarsi, con lo sguardo ancora diretto sullo schermo, si sentì tuonare.

Nebbia. Daje quel cazzo de scudetto

Ma...” provò ad obbiettare Marco Proietti detto “Nebbia”, per via degli spessi occhiali che vestivano il contorno del viso.

Daje quello scudetto. T’ho detto”.

Samuele uscì in silenzio dal Bar, Una folla di occhi lo seguiva minacciosa.

Mo so’ cazzi sua” furono le parole con cui anche Pagnottella si congedò dal Bar.

Salito sulla bici, Samuele percorse Via delle Acacie, fino ad arrivare all’incrocio con la Palmiro Togliatti, dove si trovava lo stand della Promociclo Molini di S. Vittore. Qui sentì un rumore di moto che lo raggiunse. Non riuscì nemmeno a capire da dove provenisse la botta che lo fece cadere. Vide soltanto il selciato diventare più grande, fino a occupare l’intero campo visivo. Da terra, d’istinto provò a coprirsi il volto con le mani, mentre due calci sferrati da due persone diverse lo colpivano ancora. Il sangue inizio a rigargli il viso.

A stronzo, pensavi che te lo regalavo lo scudetto” ed un altro calcio arrivò proprio sulla bocca dello stomaco. Da togliere il fiato.

Le mani di Pagnottella insieme a quelle di Antonio Pellegatti, in arte Pelè, di anni 22 e di professione scippatore, frugavano decise nelle tasche di Samuele alla ricerca della figurina dello scudetto dell’Inter.

Il giorno dopo Nebbia era di nuovo lì, sui gradini del portone adiacente al Bar, a giocare a Battimuro con le “figu”.

Una collezione di “mezzobusto” di calciatori, dopo aver sbattuto sul muro, cadevano a terra. Tra tutte ne spiccava una metallizzata e brillante con i colori nerazzuri.

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