D come Danza

D come Danza

– Allora ce lo prendiamo un caffè?

 – Ma sì va! Che stanotte non ho dormito per niente.

– Che è successo?

– Pensieri.

 Lavoro alla Carpenteria Mercalli al Prenestino e tutte le mattine, prima di rinchiudermi nel capannone di cemento e vetro, vado al bar con qualche collega. Siamo in trenta a lavorare per il Signor Mercalli e quest’anno in cinque andranno in pensione, per fortuna, perchè c’è un po’ di crisi e abbiamo poche commesse. Però non possiamo farci vedere inoperosi, così, anche se non ho niente da fare, mi metto a pulire e revisionare il mio tornio, quasi ci parlo ormai, e dopo passo a quello degli altri. Mi chiamo Franco Campoli e sono un operaio specializzato.

– Franco ce l’hai una sigaretta?

– Eh che ti pare che sto senza sigarette!

– Che hai oggi? Ti vedo sul depresso andante

– Marco beato te! Tu sei giovane, che ne sai  de quanti problemi danno i figli.

Marco è un collega e un amico, sempre spensierato. La sua criniera di capelli ricci e biondi e il suo sorriso da mandrillo ti ispira subito simpatia. Quando lavoriamo sullo stesso pezzo non può fare a meno di raccontarmi le sue avventure amorose e della sua moto. Mi diverte sentirlo. Ogni tanto mi chiede consigli, su come evitare le vibrazioni della moto, se vale la pena cambiare le sospensioni o modificarla in qualche modo. Poi fa sempre di testa sua. I giovani sono così, non ascoltano nessuno.

– Ma quanti anni ha adesso tuo figlio? Tredici’?

– Quasi quindici ormai

– Ho capito! Le ragazzette eh? Inizia ad avere problemi amorosi

– Magari! E’ proprio il contrario, sapessi che m’ha raccontato mia moglie

– Cioè?

– Che Sandro vuole andare all’estero con un amico a studiare Danza! Io so’ stato tutta la notte sveglio. Voi vede’… che m’è venuto un figlio frocio

– Che scuola, che tipo di danza?

– Ma che ne so! Però ‘sta storia di Sandro con la calzamaglia e il tutù proprio non mi va!

– Sei proprio retrogrado! Guarda che mo esiste la danza moderna, la break dance, non t’ho mai detto, ma la faccio pure io

– No! Ma dai! Ma…niente, niente, va a fini’ che sei dell’altra sponda?

– A Franco, ma che stai a di? A me mi piace la pernicocca, ah bello!

– La pernicocca pelosa?

– La pernicocca spaccarella, col pelo o senza, basta che c’è lo spacco

 Insomma mia moglie l’altra sera, quando sono tornato dal lavoro mi ha detto che doveva parlarmi di Sandro, nostro figlio.

All’inizio quando ci siamo sposati, sembrava quasi che Stefania non riuscisse a rimanere incinta, io ci davo dentro in quel senso capite… ma niente. Stava quasi diventando una malattia, visite dai dottori, analisi, terapie. Poi un bel giorno, me lo ricordo come fosse ieri, dovevamo andare al supermercato, era un sabato mattina, che Stefania mi dice: “ Ah Fra’ ricordate che devo passa’ in farmacia”. Al momento non avevo proprio dato peso alla cosa. Quando poi siamo arrivati a casa, mentre stavo sistemando la carne nel freezer, Stefy esce dal bagno con una specie di termometro in mano, gridando: “E’ blu! Franco è blu! C’è l’abbiamo fatta!

Per scaramanzia non mi aveva detto niente, ma era in ritardo di tre settimane. L’ho baciata e abbracciata, ero felice, così felice che avrei fatto volentieri all’amore, ma lei non ha voluto, aveva paura.

Dopo circa nove mesi è nato Sandro, un bel pupo di quasi quattro chili. Un dono del Signore, ho sempre pensato, anche perché è rimasto figlio unico e tutta la nostra vita gira intorno a lui.

Così, quando l’altra sera Stefy mi dà in mano un libro tutto rosso con una scritta: Il Diario di Nijinsky e mi dice: “Sai, oggi stavo mettendo in ordine la stanza di Sandro ho visto che leggeva ‘sto libro “ ipotizzo siano le memorie di qualche comunista rivoluzionario, di quelli che vanno di moda adesso e così faccio la prima gaffe con mia moglie: “ Gli ho sempre detto al ragazzo di non immischiarsi con la politica”. Ma lei per tutta risposta mi fulmina: “Ma che politica è un ballerino russo! Comunque dentro il libro c’era anche un foglietto; la curiosità era troppa e non ho potuto fare a meno di leggerlo”, Mentre mi dice queste cose tira fuori fuori dal libro un foglio di colore rosa piegato a metà, lo apre e inizia a leggere: …per fare un ballerino ci vogliono circa dieci anni di allenamento continuo metodico, senza pause o distrazioni. I progressi sono lenti, un difficile passo dopo l’altro e se c’è la stoffa dopo dieci anni uno impara a padroneggiare lo strumento, che poi è il corpo umano, macchina meravigliosa e impareggiabile. Trascorso questo tempo vi guardate allo specchio e notate il modo in cui le orecchie aderiscono alla testa, osservate la linea dei capelli, pensate alle minuscole ossa dei polsi, al prodigio di un piede relativamente piccolo sul quale grava tutto il peso del vostro corpo e concludete: è un miracolo. La Danza è proprio la celebrazione di questo miracolo…

Firmato Marta Graham

Chi è? La sua insegnante” dico sprezzante.

Seconda gaffe, “… ma che! E’ una ballerina americana, una coreografa” mi risponde mia moglie.

Una core che ?” faccio io.

Lasciamo sta’, beata ignoranza, comunque Sandro mi ha detto che vuole lasciare la scuola e andare in Francia, per studiare danza

Che cosa ? Ma io lo corco de botte, a lui e alla coregrafica o come cavolo si chiama lei. Non se deve manco permette’ de pensarci, a…

A quel punto mia Moglie cerca di calmarmi: Dai che è solo per due settimane, per un seminario, uno “steige”, (che a me tutte ‘ste parole straniere me danno ai nervi). Mi dice che ci va anche un suo amico, Fabio ( come se io lo conoscessi), perché ai migliori poi faranno un provino, per entrare in Accademia.

Certo lei è un po’ preoccupata, per le due settimane di assenza a scuola, però in fondo Sandro è sempre stato bravo, ha buoni voti, alla fine sono solo due settimane. “Figurati se scelgono proprio lui” così mi dice.

Io penso: cosa diavolo mi fai tutta ‘sta manfrina, se siete già d’accordo?

Poi lei conclude il discorso con quella frase “Comunque mi ha detto che ci tiene alla tua presenza al saggio di fine anno 

Così ha detto? Che ci tiene…alla mia presenza” rispondo un po’ seccato. Ma come parla questo qui. “Ma siamo proprio sicuri che è figlio mio?” chiedo cercando di fare lo spiritoso, ma mia moglie non apprezza e mi lascia con il Nijinsky in mano, uscendo irritata dalla stanza.

Cosi adesso sono al Teatro Giulio Cesare di Roma, per il saggio di fine anno; insieme a me c’è Marco il mio collega, mia moglie e la Signora Perini: la vicina di casa con la passione del pettegolezzo.

Sono seduto nervoso su una poltroncina di velluto rosso, soffro il caldo e spero che tutto finisca presto.

Nel programma della serata il primo balletto in cui c’è Sandro è la canzone di un certo David Bowie dal titolo Let’s dance.

Il suono delle percussioni riempie il palco, prima ancora dei ragazzi. Poi arriva il movimento dei loro corpi, a scandire il ritmo, come uno strumento invisibile. La voce del cantante pronuncia frasi incomprensibili, che sembra quasi sussurrare.

Let’s dance put on your red shoes and dance the blues
Let’s dance to the song they’re playin’ on the radio…

Non capisco, ma il mio cuore mi dice che sono parole di ribellione. La vocina insinuante della signora Perini mi incalza in un orecchio: “Certo che 400 mila lire sono una bella cifra; costa caro questo steigge!”, avrei voglia di zittirla dicendole: ma perché non si fa ‘na bella chilata di... ma freno il mio impeto, preso dalle geometrie che si formano davanti ai miei occhi.

If you say run, I’ll run with you If you say hide, we’ll hide
Because my love for you Would break my heart in two…

I muscoli dei ragazzi grondano di energia che ti arriva come un’onda e ti risucchia verso di loro. Si muovono come fossero una sola persona: girano, saltano, invadono tutto lo spazio e sembrano sfidarti. Sandro è lì con loro.

Let’s dance for fear your grace should fall
Let’s dance for fear tonight is all…

Marco mi dà di gomito quasi gridandomi “A oh! Certo che tuo figlio è proprio un animale da palcoscenico.”

Dici?” rispondo. Intanto anche il mio piede batte al ritmo della musica.

Let’s sway you could look into my eyes Let’s sway under the moonlight,
this serious moonlight…

Sandro percorre tutta la diagonale del palco, poi salta e mentre è ancora in aria, con uno strano, ma spettacolare movimento, si gira verso il pubblico aprendo le gambe con una spaccata area. Tutti applaudono.

If you say run, I’ll run with you…

I ragazzi compongono e scompongono figure come fossero ingranaggi del mio tornio. Ormai non mi contengo più e batto le mani sui braccioli della poltroncina, come fossi il batterista della band.
Il cantante grida, convinto che le sue parole possano cambiare il mondo, le corde del basso vibrano, cosi le mie vene, piene di suono. La musica mi percorre con un diluvio di note, di luci, di colori, una spirale che arriva fino a noi spettatori, come se il ritmo ci potesse avvolgere e trasportare in altri mondi, ed è così che succede, una sensazione di libertà, che non mi appartiene, si impadronisce di me, un vortice gioioso mi trasporta in sentieri ignoti, una strana euforia mi confonde.

Mi giro verso mia moglie e le chiedo dubbioso: “ Ma è proprio sicuro che non lo prenderanno all’Accademia, dopo lo stage, che è solo un gioco?”.

Lei mi sorride felice come una pasqua e mi dice: “Amo’… ma non lo vedi quanto è bravo!

Let’s dance Let’s dance Let’s dance Let’s dance…

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