F come Fricchettone

F come Fricchettone

 

Tutto iniziò con quella domanda: – Papà, ma che significa Fricchettone?-

Per spiegare a mia figlia come quello fosse un termine strettamente legato agli anni della mia gioventù presi una vecchia scatola di biscotti, di quelle di latta, con le stampe stile liberty, e cominciai a tirar fuori i miei ricordi, le mie foto, quelle della scuola. Avete presente quelle foto tutti in fila, in piedi e seduti sui gradini, grembiuli e maestre; quelle facce tra lo stralunato e il furbetto.

Così per caso, vagabondando nella memoria, mi capitarono tra le mani le foto della gita di Praga.

Anno 1988, il muro non era ancora caduto, folla di gente sotto l’orologio in Staroměstské náměstí, la piazza della città vecchia, c’eravamo anche noi: quinto anno del liceo scientifico Francesco d’Assisi. (solo Francesco, perché per la nostra scuola “Francesco” non è mai stato Santo)

Quante risate in quegli anni.

Eccoci nella foto seduti intorno a un tavolo alla birreria “U Fleku”: Taverna Sandro, che poi sarei io, Micozzi Carlo, Bosotti Virgilio e Morandi Sara. Sempre insieme noi, facevamo gruppo a parte: il gruppo di Sara. Tutti innamorati di lei.

Sara era l’emblema della libertà, fuori da tutti gli schemi. I suoi genitori erano del nord (Lombardia). – Su quel ramo del lago di Como – era il tormentone con cui veniva schernita.

Ogni cosa era un gioco per lei, il suo sguardo sembrava fatto apposta per prenderti in giro. Era bella e io rimanevo incantato a guardarla. Quanti pomeriggi passati con lei a far finta di studiare. Mi ricordo di come citasse la nonna contadina e il suo modo di finire le frasi, con l’immancabile detto popolare, mentre noi ridevamo di quel concentrato di luoghi comuni e saggezza antica.

Nella foto Sara era in piedi di spalle, con la sua tolfa e il poncho peruviano di lana pelosa. Ecco a Centocelle, negli anni ’80, quelli come lei venivano chiamati “Pelosi”, quelli di sinistra che si battevano per i proletari contro il potere della classe borghese. Quelli che negli anni ’90 dopo la caduta del muro di Berlino si sono trasformati in “No global” per impedire gli effetti perversi della globalizzazione e del consumismo. Gli stessi che adesso, col nome di “Indignatos”, sono contro l’ingerenza dei mercati finanziari nelle politiche nazionali.

Ma a me, a Carlo e a Virgilio di tutto questo non importava niente. Noi tre eravamo in gara per il nostro pezzettino di libertà, che più o meno si trovava appena sopra le gambe affusolate di Sara.

In un’altra foto c’era lei era seduta su un gradino di una Chiesa, sullo sfondo un cielo grigio di nuvoloni, il mio braccio sulla sua spalla. Io tronfio, lei bellissima, perlomeno così la vedevo. Eravamo come dei mosconi e ronzavamo intorno al miele.

– Papà chi è questa?-

– Niente era una compagna di scuola di papà. –

– Ma eravate fidanzati?-

– No, era solo un’amica.-

Così, per quell’insana voglia di rivivere il passato, mi misi alla ricerca dei vecchi compagni. Fu molto più facile di quello che pensavo e l’occasione arrivò, come si dice, “su un piatto d’argento”. Per la precisione al mio indirizzo di posta elettronica: Gentile Sig. Taverna Sandro L’Associazione ex alunni del Liceo scientifico Francesco d’Assisi è lieta d’invitarla al 50° anniversario della fondazione dell’Istituto…

Era una giornata di sole, il viale alberato che portava all’ingresso della scuola sembrava immutato a parte l’aumento esponenziale di automobili, che sfrecciavano su viale della Primavera e mi impedivano di attraversare.

Immagini del passato si materializzavano davanti a me, in un misto di realtà e nostalgia.

Bigelli, quello con cui avevo fatto a botte al quarto anno; il prof. di chimica con la sua barba copiosa, solo un po’ più bianca; le spine del primo anno a cui facevamo una marea di scherzi, la prof. d’inglese, sogno erotico di tutti maschi della classe, diventata ormai un’anonima signora..

All’ingresso la solita cattedra, con sopra i classici fogli sparsi, con delle novità però: il monitor di un computer, a dimostrazione che la tecnologia non ha risparmiato nemmeno i bidelli. Alle pareti cartelli pubblicitari di master e corsi universitari, il “marketing” che invade anche le scuole. E’ il progresso.

La Kenzia di rappresentanza, con le foglie enormi che si scagliano contro la grande vetrata della facciata, nascondeva la sagoma di un omone dentro un giubbotto di pelle, ma la memoria non m’ingannava e riconoscevo subito Virgilio.

– Anvedi Sandro! Ma che sta fa, me fissi? Cavolo co ‘sta fronte spaziosa me stai acceca’… rifletti il sole che ‘na bellezza, Fatte abbraccia. –

– Virgilio tu non sei cambiato per niente, sei il solito stronzo, tu e la tua folta capigliatura.-

– Stai a rosica’, come al solito.-

Erano passati venti anni, ma per noi sembravano venti giorni.

Si può tornare indietro nel tempo? Domanda retorica, ma adesso il tempo lo sentivo come un agente atmosferico. Come il vento, come la pioggia, che scavano le montagne. Così il tempo lo vedevo lasciarmi dei segni esteriori, senza toccarmi dentro; perché in fondo non cambiamo mai.

Comunque eccoci qua di nuovo, anche Carlo era arrivato, il trio si era ricomposto, mancava solo lei. Oddio lei c’era. Era nei nostri discorsi, nei pensieri, nelle foto, che come adolescenti innamorati ci portavamo appresso.

– E Sara che fine ha fatto? –

– L’ultima volta che l’ho sentita mi aveva detto che era a Milano.-

– Emigrante per lavoro o per amore?-

– No. Io l’ho sentita due anni fa ed era tornata a Roma. A di’ la verità me l’ha detto Cinzia, ma sembra abbia avuto problemi con la legge.-

– E’ sempre stata ‘na pazza. –

Così quando Cinzia si avvicinò per venire a salutarmi non riuscii a trattenermi dal chiederle notizie e dopo cinque minuti avevo in mano il numero di telefono di Sara.

Sono passate due settimane prima che mi decidessi a fare il numero. L’ho fatto, ho sentito il telefono squillare, uno, due, tre volte, e poi ho riattaccato.

Poi un giorno, per il ritardo di un treno, mi ritrovai a passeggiare nervoso vicino a un negozio di dolciumi. Dalla vetrina, come sirene ammalianti, attirarono la mia attenzione dei lecca lecca. Le Chupa chups, di cui Sara andava matta.

Ne comprai una enorme, grossa come un uovo di pasqua, dall’incarto rosso e giallo e feci il suo numero.

-Pronto?-

– Sì, pronto, scusa vorrei parlare con Sara Morandi.-

– Sono io, ma chi è?-

– Non so se ti ricordi? Sono Sandro, Taverna Sandro, del Francesco D’Assisi…l’esame di maturità.-

– Sandro ciao! Quanto tempo…-

– Sai, ho comprato un Chupa chupa grandissimo e volevo regalartelo –

– Sandro…che cosa hai comprato? Ma dove sei?-

– Sono in via Tuscolana, ma tu dove abiti?-

– In Piazza dei Consoli, ma adesso sono al lavoro, mi farebbe piacere rivederti, solo che… –

– Dove lavori?-

– In un call center in viale dei Romanisti –

– Dimmi a che ora finisci che passo di lì -.

– No, Sandro ho un impegno, ma memorizzo il tuo numero, magari ci mettiamo d’accordo per prendere un caffè insieme. Ma che sorpresa, ma che fai adesso…insegni ancora?-

– Si Sara, insegno ancora. Ti aspettavamo tutti alla festa per i cinquantanni del Francesco d’Assisi, c’erano anche Virgilio e Carlo.-

– Guarda mi ha fatto un sacco piacere sentirti, ora però devo andare, poi magari ti chiamo, ciao Sandro.-

– Ciao Sara. –

A differenza di me , che faticavo a tenere a bada l’adipe, Sara era magrissima, al limite dell’anoressia. Ci incontrammo in un bar della Tuscolana. Il passare del tempo non aveva cambiato i suoi occhi celesti e il suo sguardo da cerbiatto. Le sue dita ossute stringevano tremanti la tazzina del caffè e io restavo incantato a osservarle. Lei parlava e mi raccontò gli ultimi dieci anni della sua vita, con una voce stanca. Alternava le parole a delle risatine io ascoltavo, ma più che ascoltare, osservavo. Poi, con un gesto rapido, le sue mani si aggrapparono alle mie.

– Dai Sandro usciamo fuori a fumarci una sigaretta.-

Erano anni che avevo smesso di fumare, ma quella sera mi sembrava di essere tornato ventenne, neanche i miei soliti dolori alla schiena mi affliggevano. Così presi una sigaretta dal suo pacchetto.

Lei parlava e io aspiravo, assaporando momenti di intimità che aspettavo da venti anni. Non ricordo con precisione cosa disse, ma mi sentivo felice. Ero un bambino a cui avevano appena dato la caramella, quella nascosta nella scatola nello scaffale in alto, quella che la mamma ti da solo se fai il buono. Perché noi uomini siamo così. Eterni bambini che giocano a fare i grandi. Davanti a me avevo finalmente la caramella. Chi se ne fregava di quello che diceva, a me interessava una volta per tutte scartarla e assaporarla in bocca.

Ci demmo appuntamento il giovedì successivo, per vedere una mostra fotografica a cui Sara teneva perché era opera di un suo amico, un “compagno“, uno di quelli con cui conduceva una vita sotterranea per combattere il “sistema”. Lei non parlava di questo, ma ogni tanto riceveva delle strane telefonate a cui rispondeva a monosillabi, come un soldato davanti a un Comandante. Poi si accendeva una sigaretta, stava in silenzio immersa nei suoi pensieri, gettava nervosa la sigaretta a metà, poi si stringeva forte a me, e tutto tornava come prima.

Dopo la mostra, saliti in macchina imboccammo l’Ardeatina. Dal paesaggio intorno si capiva che eravamo in piena campagna romana, lei guidava e io chiedevo dove mi stava portando, ma lei sorrideva maliziosa, non rispondeva e devo ammettere che la cosa mi eccitava.

Arrivammo ad un casale che mi disse essere del suo amico fotografo. L’interno era arredato in maniera ricercata, con un mix sapiente di antico e moderno, insomma il “compagno” la mobilia sembrava proprio non averla comprata all’Ikea.

– Ma è grandissimo.-

– Sì, è dei suoi genitori, ma non lo usano mai, così Franco si è trasferito qui, dice che l’ambiente naturale lo aiuta a trovare l’ispirazione per le sue creazioni.-

– Ho capito, questo Franco è il classico “compagno” e “figlio di papà”, ma state insieme? –

– Vuoi sapere se abbiamo scopato? Qualche volta è successo, ma non siamo una coppia per come tu la concepisci, anzi adesso arriverà insieme alla sua donna. Comunque risparmiami i tuoi giudizi clerical-borghesi, non è certo colpa sua se i suoi genitori sono pieni di soldi.-

Il rumore potente e inconfondibile di alcune moto entrate nel cortile interruppe i nostri discorsi.

Franco il fotografo, la sua donna ed un’altra coppia scesero dalle moto, come vecchi cowboy, si tolsero il casco e mi mostrarono le loro facce sorridenti.

Dopo le presentazioni ci dirigemmo nel salone dove c’era un grande camino in muratura, in mezzo alla sala, disposti a formare una “C”, trovavano posto tre divani in alcantara color ecrù e accanto una specie di foresta costituita da quelle piante da appartamento dai nomi esotici: tipo il Ficus benjamin. Proprio vicino a un divano c’erano inoltre tre palle di vetro enormi, lampade di un noto designer. Il pezzo più bello, per i miei gusti, era però una cassettiera in legno dei primi del novecento, che sembrava rubata da qualche sacrestia di campagna. Mentre ero intento ad ammirare l’arredamento del casale, gli altri seduti sul divano, si misero a rollare una canna. Roba da anni settanta, roba da Liceo. Ovviamente mi passarono lo spinello.

– Quindi tu sei il Professore ? –

– Sì, ma detto così mi mette in imbarazzo. –

– E come dovrei dirlo?-

– Sono semplicemente uno sfigato che per campare deve badare a una massa di ragazzini, insegno scienze in una scuola media –

Il tizio amico di Franco il fotografo, sembrava volesse partecipare anche lui alla conversazione, ma la compagna, di circa venti anni più giovane, continuava a sbaciucchiarlo, impedendogli di parlare

Frano invece era in piedi accanto al camino, dopo essersi dato da fare per accenderlo, continuò a interrogarmi su miei trascorsi letterari.

– Sara dice che sei un poeta, hai anche pubblicato un libro, guarda che è importante poter insegnare a quelli che saranno la società del domani, sono il nostro futuro e il futuro va incanalato nella giusta direzione se vogliamo cambiare questo sistema di merda, questo impero, dove comandano in pochi…..bisogna raccontargli la verità –

– Sì. E qual’è la verità? –

A quel punto intervenne Sara ad evitare che la discussione si accendesse,

– Dai basta Franco con i tuoi comizi, non è il momento adesso, non dovevi preparare qualcosa da mangiare? Due fili di pasta.-

Poi mi prese sottobraccio e mi fece sedere sul divano, passandomi di nuovo lo spinello. Io fumai silenzioso abbracciato a lei. Poco a poco l’odore del fumo riempì tutto il salone. Era un odore forte, che mi faceva tonare al passato. Ridevo, ridevo come un cretino, ma non era la marijuana. Era il Sandro bambino che finalmente riusciva a uscire dal liquido amniotico che lo circondava, si liberava. Esplodeva la bolla che lo aveva tenuto imprigionato finora. Mi sentivo di nuovo libero, o forse lo ero per la prima volta.

Libero di parlare male degli altri. Libero di ridere delle mie fissazioni. Libero, finalmente, dai giudizi che ti costringono a recitare una parte.

Era questo essere Freak?

Provai, nel pieno delle mie libertà, ad abbracciare Sara. Poi la baciai, prima sul collo. Tanti piccoli baci mentre entrambi ridevamo.

– Cosa fai? –

– Non vedi, ti bacio – risposi, mentre le mia mano si faceva largo sotto la sua maglia, a contatto direttamente con la pelle. Lei non mi fermò e io continuai.

Provai così il sapore frizzante del tradimento. Mia moglie, impiegata comunale, era, in quello stesso momento all’uscita della scuola, in attesa di recuperare nostra figlia. Io, ufficialmente, ero con il mio collega Professor Fazioli, al museo di scienze naturali, a predisporre la gita della settimana successiva.

Iniziò così la mia vita parallela fatta di menzogne e sesso. Una vita. che almeno all’inizio, fu come una scossa di energia. Mi sentivo rinato, pieno di vigore. Libero e freak. Avevo anche cambiato modo di vestire, niente più giacca, ma un bel giubbotto colorato di lana, comprato al mercatino solidale e soprattutto avevo trovato finalmente il coraggio di mettere l’orecchino e la cosa aveva fatto davvero scalpore a scuola .

Tutto terminò come aveva avuto inizio: con mia figlia.

Quel giorno mia moglie era partita per l’Abruzzo, dove viveva la mamma, che sembrava essere alle prese con qualche problema di salute. Mia figlia era scuola ed io, senza dir niente a nessuno, mi ero preso un giorno di ferie.

Avevo organizzato tutto per un rendez vous erotico con Sara. Armeggiavo in cucina preparando un pranzetto a base di pesce. Il greco di tufo era in ghiaccio e per accoglierla mi ero, per così dire, vestito solo con un grembiule da cucina di quelli spiritosi con la foto del David di Michelangelo, quelli con in primo piano “l’attrezzo” marmoreo del David. Il suono del campanello mi avvisava dell’arrivo di Sara. Le cose negli ultimi tempi erano un po’ cambiate tra di noi, come se le polveri, accese dalla scintilla del nostro nuovo incontro, fossero state bagnate dalla routine che smorza ogni cosa. Avevamo continuamente bisogno di qualcosa che ci sconvolgesse, nuove sensazioni, nuove emozioni.

– Entra pure, vieni, sono qua in cucina.-

– Ma Papà? –

– Martina che fai a casa? –

– Ci hanno mandato a casa perché non funzionavano i bagni. E’ venuto l’autobotte per spurgare la fogna, ma tu…che ci fai nudo in cucina? Dove l’hai preso ‘sto grembiule?”

– Niente, che ci faccio nudo…, che faccio…non sono nudo, ho il grembiule. Niente è una penitenza, uno scherzo con Fazioli che deve venire a Pranzo; sai una scommessa persa…ma adesso lo chiamo gli dico di non venire. –

– Papà! Lo sai che non sei capace a dire bugie. Ma come ti sei conciato? Stai aspetttando una donna eh… Guarda che Mamma me lo ha detto che la tradivi.-

– Ah sì!… Così ti ha detto. E che altro ti ha detto? –

– Ha detto che sei un cretino, ma prima o poi avresti capito che stavi facendo uno sbaglio.-

Mia figlia se ne andò nella sua camera. Io presi il telefono e chiamai Sara dicendole di non venire, come in un’illuminazione avevo capito cosa significasse essere liberi.

Siamo veramente liberi, quando siamo liberi di sbagliare.

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