Cattedrale

  Raymond Carver: un “Borgataro” americano

Da qualche parte ho letto che negli anni del benessere alla letteratura si chiede di raccontare la vita, mentre in quelli di crisi di scrutarne le ragioni, com’è proprio della poesia.
Ecco i racconti di Carver si avvicinano molto a questo concetto, per la sensazione di ineluttabilità che permane in ognuno. Le cose non potevano che andare così.

Raymond Carver, scrittore e poeta statunitense, nato da una famiglia umile (la madre era una cameriera e il padre lavorava in una segheria), fu ben presto costretto a lavorare. Di lui sappiamo che ha dovuto imparare i più svariati mestieri, per, come si dice, «sbarcare il lunario”; ma non hai smesso di coltivare la propria passione: la lettura e la scrittura.
Le cronache raccontano che Raymond trascorse i primi tre anni della sua vita nella piccola cittadina di Clatskanie fino a quando, dopo lo scoppio della guerra, la famiglia Carver, decide di trasferirsi, nel 1941, a Yakima.
Così lui ricorda quella prima casa. nel volume uscito postumo, «Carver Country», il mondo di Raymond Carver:
« …La prima casa di cui mi ricordi con chiarezza di aver abitato, al 1515 di South Fifteenth Street, a Yakima, aveva il cesso di fuori. La sera di Halloween, o qualunque altra sera, così, per scherzo, i ragazzini del vicinato, ragazzini di dieci anni o poco più, portavano via il nostro cesso e lo lasciavano vicino alla strada. Papà doveva trovare qualcuno che lo aiutasse a riportarlo a casa.»
Nè l’infanzia nè il resto della vita sono stati facili per Carver. Forse per nessuno lo sono, direte voi, ma la sua appartenenza alla «working class» me lo fa sentire particolarmente vicino (come fosse un “Borgataro” anche lui).

Pur essendo cresciuto «artisticamente» negli anni sessanta/settanta nel pieno della «beat generation» le sue opere sembrano non essere influenzate da quell’utopia collettiva e rivoluzionaria, ma raccontano storie di una quotidianità precaria, non distante da quella dei nostri giorni.
«Cattedrale» è un insieme di racconti: dodici «Short Story», (per dirla all’americana),del 1983, fu il primo libro di Carver ad essere pubblicato in Italia (prima edizione nell’84), ma ebbe un clamoroso insuccesso. Solo nell’87 (forse eravamo più maturi per apprezzarlo) questa opera trovò il consenso del mondo letterario italiano.

Carver non amava i romanzi, (non sono sicuro, ma con tutta probabilità non ne ha scritto nemmeno uno), o perlomeno si sentiva più a suo agio nello scrivere racconti. Nelle sue opere l’attenzione è concentrata su eventi minimi, forse banali, ma che sono descritti con una tensione crescente, come se qualcosa di speciale dovesse succedere da un momento a l’altro. Poi in effetti non c’è nessun cambiamento nella vita dei personaggi di Carver (inteso come risoluzione di un conflitto interiore), ma qualcosa illumina la scena, generalmente un oggetto.  Abbiamo così, come succede nella poesia, quella cosa che rivela e «risolve» la verità, la visione dell’umanità che si schiude alla fine del racconto.
Emblematica è forse la storia che dà il titolo alla raccolta: Cattedrale.

Un uomo ha una moglie che per ragioni di lavoro è diventata amica con un cieco « …gli leggeva varie cose, rapporti e analisi di casi, relazioni, roba del genere...». All’improvviso questo cieco fa irruzione nella vita dell’uomo.

«Questo cieco, vecchio amico di mia moglie, stava arrivando da noi per trascorrervi la notte. Sua moglie era morta e lui era in visita dai parenti della defunta nel Connecticut. Aveva telefonato a mia moglie dalla casa dei suoceri. Avevano preso accordi. Sarebbe arrivato in treno, un viaggio di cinque ore, e mia moglie sarebbe andato a prenderlo alla stazione. Non lo vedeva da quando aveva lavorato per lui un estate a Seattle, dieci anni prima. Lei ed il cieco si erano tenuti in contatto…» Ecco l’incipit del racconto.
L’uomo non sembra apprezzare questo arrivo e prova una sorta d’imbarazzo, quasi misto a gelosia. Poi la televisione e un documentario sulle cattedrali europee ribaltano la situazione.

Da segnalare nella raccolta anche il racconto: «Un piccola, buona cosa».

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