Storia di una Gabbianella e del Gatto che le insegnò a Volare

Storia di una Gabbianella e del Gatto che le insegnò a Volare

di Luis Sepùlveda

 

 

– Parola d’onore –

Questa espressione mi fa venire in mente i mafiosi: l’onorata società, almeno così veniva chiamata nei tempi A.R. (avanti Riina). Adesso forse “mantenere la parola data” è rimasta una caratteristica appannaggio solo dei Boy scout.

Zorba non è un mafioso e neanche un boy scout, eppure proprio da una sua promessa, anzi da tre, nasce questa storia:

…“ Promettimi che non mangerai l’uovo”

Stridette aprendo gli occhi

Prometto che non mi mangerò l’uovo”

ripetè Zorba.

Promettimi che ne avrai cura finchè non sarà nato il piccolo” stridette sollevando il capo.

Prometto che avrò cura dell’uovo finchè non sarà nato il piccolo”.

E promettimi che gli insegnerai a volare”…

Zorba per chi non lo sapesse è un gatto nero (a parte una piccola macchia bianca sulla gola) grande e grosso che vive a Amburgo nella zona del porto, dove è nato e dove stava per morire, nelle fauci di un pellicano, se non fosse intervenuto un bambino a salvarlo.

I gatti, si sa, non volano, ma Zorba ha promesso a Kengah, (una gabbiana dalle piume color argento) che avrebbe insegnato a volare al piccolo. Lo ha promesso mentre la gabbiana, stremata dal volo e ricoperta della peste nera (il petrolio rovesciato in mare), sente che la fine si avvicina e decide di deporre un uovo.

Il Porto è forse l’emblema di tutte le periferie, un “postaccio” abitato da gente malfamata, dove il degrado la fa da padrone, dove devi imparare velocemente le regole del gioco, (pena la sopravvivenza), dove il pericolo è sempre in agguato. Proprio nel porto Sepùlveda ambienta questa storia perché: …La parola d’onore di un gatto del porto impegna tutti i gatti del porto…

Tutta la comunità dei gatti: Colonello, Segretario, Diderot, Sopravento, si unisce per aiutare Zorba a mantenere le promesse. Si chiamano “compagni” tra di loro, ma non si avverte un richiamo ad un ideologia politica. Tuttavia è chiarissimo il pensiero dello scrittore Cileno, che riesce con questo breve racconto a darci anche una “piccola lezione” sullo straniero, sul diverso: ”… Ti vogliamo tutti bene, Fortunata. E ti vogliamo bene perchè sei una gabbiana, una bella gabbiana. Non ti abbiamo contraddetto quando ti abbiamo sentito stridere che eri un gatto, perchè ci lusinga che tu voglia essere come noi, ma sei diversa e ci piace che tu sia diversa […] Ti abbiamo dato tutto il nostro affetto senza alcuna intenzione di fare di te un gatto […] abbiamo imparato qualcosa che ci riempie di orgoglio: abbiamo imparato ad apprezzare, a rispettare e ad amare un essere diverso…”

I gatti, pur di aiutare Fortunata, infrangono un Tabù, quello di miagolare l’idioma degli umani. Non riescono ad insegnare a volare alla piccola gabbiana ed hanno bisogno dell’aiuto degli umani. Ecco che Sepùlveda non ha perso tutte le speranze nell’uomo e nella sua capacità di immaginazione. Grazie ad essa si può vedere oltre la miseria, oltre la sconfitta, oltre l’apparenza, e forse si può aiutare un gabbianella ed un gatto che voleva insegnarle a volare. Perchè solo il poeta potrà svelare a Zorba come nei gabbiani

Il loro piccolo cuore

– lo stesso degli equilibristi –

per nulla sospira tanto

come per quella pioggia sciocca

che quasi sempre porta il vento

che quasi sempre porta il sole

 

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